domenica 18 maggio 2014

Il baccello del paradosso.



Possiamo cogliere la paradossalità della nostra società in un istante immaginario. Un contadino in Campania nutre i suoi maiali con le carrube, nello stesso istante in cui i maiali si cibano, un radical chic entra da Eataly e compra al modico prezzo di sei euro una confezione di carrube, la cui porzione oscilla tra “scarsa” e “sei matto che paghi sei euro dieci carrube”.

L’ignoranza  e la perdita delle nostre radici ci porta a pensare che le carrube siano chissà quale cibo esotico per cui vale la pena spendere così tanti soldi. Siamo tutti citrulli, indirizzati in canali, viaggiamo costantemente secondo corrente.

Abbiamo quest’immagine che sfiora quasi una legge iconografica del contadino ignorante, vecchio ma arzillo. Vecchio ma con i muscoli del lavoro, con le mani grandi, ricche di calli esperti e sporche di terra; magari un po’ sdentato e che non sa leggere.
Quest’immagine di un contadino vecchio stampo, che intreccia ceste su una sedia usurata, la sera, nel vialetto di casa, viene via via scomparendo.  Il contadino in bianco e nero con i solchi della vita in risalto rappresenta le nostre tradizioni. Tradizioni ancestrali di una profonda cultura in via d'estinzione. Nei calli dell’analfabeta rimane la cultura profonda più prossima ai nostri istinti naturali. In quei solchi, di quelle mani sporche ci sono le nostre radici. E noi non facciamo altro che tentare di piantarle secondo il nostro gusto e la nostra moda, avvelenandole con la pubblicità pesticida e definitivamente perdendole nella carestia odierna.
Radici per sempre perse nella desertificazione della tradizione.





lunedì 10 febbraio 2014

La palla è il crocifisso del calciofilo.

L'altra settimana sono andata per la prima volta allo stadio, e devo ammettere che ogni gradino salito era come una nuova tappa di emozioni. 
L’atmosfera è viva e frizzante. 
Inoltre ho scoperto che lo stadio porta con sé tutta una serie di fattori di cui non ero a conoscenza come i gruppi di amici che si ritrovano esclusivamente per la partita, tutti seduti sempre agli stessi posti ( perché la scaramanzia è parte integrante dello stadio) e che ti chiedono ripetutamente di scambiare i posti perché il “bigliettaio non j’a dato er posto che j’aveva chiesto”;  oppure una serie di parole, quelle che io definirò le parole calde dello stadio, che sono sempre le stesse e che chiunque anche i verginelli da stadio, possono usare quando e come vogliono, perché sono parole dette così, anche un po’ a caso, ma che danno un tono vivace all'atmosfera ed esprimono a volte il risentimento e la mestizia di certi avvenimenti, a volte invece la felicità e la gioia di un azione calcistica.
Bene o male le frasi sono sempre le stesse e molto gettonate, ovviamente per i più creativi stadio-calcio-dipendenti ci sono sfumature diverse delle stesse frasi; sono pronta a scommettere che a Firenze ci diano giù di creatività, si sa che i toscani sono estremamente originali.
Cosa dire sull'evento stadio?  La definirei un esperienza unica, anche se devo ammettere che mi sono distratta moltissimo dalla partita perché era quasi più interessante guardarmi intorno, osservare le persone ( quasi tutti folli, compresa me) osservare la curva a pochi metri da me, che pare fatta di un unico grande polmone mai stanco di cantare ( o sventolare quelle enormi bandiere che poretto quello a cui gli tocca) e le luci forti, accecanti, i fumi colorati…lo stadio è magico folklore.

Dovrebbero fare un studio antropologico sugli stadio-frequentatori-romani che sono unici nel loro genere, la crème de la crème della romanità più forte, spesso romanisti sfegatati che non c’hanno un cecio, ma i soldi da parte per vedersi la partita ce li hanno sempre, è questo che rende lo stadio un vero e proprio culto.
La religione calcio esiste, eccome se esiste e non è poi tanto differente dalle altre religioni. 
Basti pensare all'idolo calcistico, di cui ogni vero fedele ha un “santino”;  l’eroe della squadra, diviene un vero e proprio Dio sul manto erboso, acclamato e celebrato su ogni seggiola dello stadio, su ogni poltrona e ogni divano. 
I fedeli si riuniscono una ( o più volte ) a settimana nel tempio sacro: lo stadio. 
I credenti si riuniscono in piccole cerchie, per vedere le partite in trasferta. 
La fede calcio è una grande unione, essa si dirama in tante più piccole religioni, una per ogni squadra.
Purtroppo però porta con sè anche molta discriminazione. 
Che religione sarebbe se non ci fosse discriminazione? 
La religione calcio è estremamente interessante perché non ha niente di più ne di meno di una qualsiasi religione; la palla che va in rete è il simbolo di un appagamento e di una felicità temporanea che da credito alla religione stessa attraverso il compiacimento del fedele; la palla è il crocifisso del calciofilo. 


http://www.youtube.com/watch?v=pTpDGepW1CE&feature=youtu.be

mercoledì 11 settembre 2013

Salto nel vuoto.

Eccola la sensazione di malessere ed eccitazione che ho provato subito prima di buttarmi. La provo nuovamente solo guardando quest’istantanea.  
Angoscia ed adrenalina si miscelavano perfettamente per dar vita ad un impasto che mi ha lasciato senza fiato.
Mi butto o non mi butto?
In piedi, su uno scoglio con sotto il mare profondo pronto ad accogliermi a braccia aperte.
Mi butto o non mi butto?
Il mio corpo trema e l’ossigeno mi si blocca nella gola.
Mi butto o non mi butto?
Sono forte penso, e non mi lascio impaurire dall'altezza.
Mi butto o non mi butto?
Era auto convincimento il pensiero di prima? O penso davvero di potercela fare?
Mi butto o non mi butto?
Tuffarsi da una scogliera per sprofondare nell'acqua gelida.
Questo salto è il simbolo che posso fare qualsiasi cosa.
È la firma ad ogni mio successo. 
È la forza che mi rialza ad ogni mio insuccesso.

Quanto può racchiudere un semplice tuffo?
Mi butto o non mi butto?

Se me lo continuo a chiedere, non mi butterò mai, non riesco a dare una risposta concisa quando sono sul confine di una scogliera.
Quando ero seduta  sotto la scogliera ho pensato di volermi tuffare, mi sono arrampicata frettolosamente perché volevo farlo con tutta me stessa, ma arrivata lì, sul bordo, ho visto tutto quello che mancava da sotto i miei piedi fino ad arrivare al mare, era tanta aria un po’ troppa.


Ma quando mi sono ritrovata in discesa nel vuoto, e tutto intorno a me si è spento, ho capito che avevo deciso, avevo dato una risposta alla mia domanda. 
Ho affrontato i due vuoti che mi impaurivano,  quello sotto di me e quello dentro di me e sono riuscita a farli implodere con un urlo silenzioso. 
Strizzando gli occhi forte, cercando di trovare la sicurezza nel buio e non nella luce.  
Aspettandomi di raggiungere l’acqua da un millesimo di secondo all'altro. 
Il vuoto. Il silenzio. Il buio.
Mi sono buttata.
Mi sono Inglobata bruscamente nel mare che è stato capace di portare via con la sue correnti l’assenza di respiro. 
Sono tornata in superficie per cercare l’ossigeno, per tornare a respirare. L’ adrenalina ormai padrona del mio corpo mi ha fatto salire il sorriso ed il pianto contemporaneamente, e mi ha scosso e mi ha fatto dire:
-“ Lo rifacciamo?”
L’abbiamo rifatto, e tutto si è ripetuto, in pochissimi secondi ho ripensato e rivissuto le stesse paure ed eccitazioni. In pochi secondi sono tornata a prendere la stessa decisione.
Nonostante le paure, ho ripreso la stessa via, lo stesso salto nel vuoto.



Ringrazio la mia amica e compagna di viaggio Silvia Tudini che mi ha immortalato in questa bella foto, mentre ero col fiato sospeso.


sabato 7 settembre 2013

Red Velvet Cake.

Finalmente nella mia cucina, dopo averla sognata e dopo averla immaginata è arrivata lei, la Red Velvet cake.
Ma come ogni cosa che viene troppo idealizzata, immaginata e desiderata alla fine è quasi inevitabile che essa ci deluda. In effetti è accaduto proprio questo assaggiando una fetta di velluto rosso,  il mio parere? la bontà del dolce è inversamente proporzionale alla fatica che si fa nel farla. Quindi, non vale la pena stare lì e mescolare, aggiungere ed aspettare ed infornare e glassare, per poi assaggiare quel boccone, che si, è buono ma non è il massimo. Senza contare che è uno dei dolci più calorici che abbia mai mangiato.
Insomma il mio palato preferisce di gran lunga un semplice ma efficacissimo tiramisù, rispetto alla torta a tre strati farcita e ricoperta interamente di crema al burro, ma si sa, a ciascuno il suo...dolce.
Però se si ha una mamma golosa, ed è il suo compleanno...perché non sperimentare?

Come approcciare a questa tipica torta stratificata dai mille ed uno zucchero:

- tanto tempo a disposizione ( se non siete pratici di pasticceria almeno tre ore volano )
- pazienza
- non essere affetti da diabete

il resto della ricetta lo trovate qua  --> http://ricette.giallozafferano.it/Red-Velvet-Cake.html

N.B le mie critiche vanno al tipo di dolce, e non alla ricetta! le dosi erano perfette e anche i procedimenti molto chiari, quindi ringrazio Giallo Zafferano per avermi guidato verso questa nuova conoscenza culinaria.

Seguendo questa ricetta passo passo, è nata questa bestiola di torta, che pesa e t'ingrassa sola a guardarla, ma oltre a seguire le mosse base per produrla, ho anche aggiunto del mio.

Ad ogni strato di torta, dopo averla farcita con la crema al burro, ho aggiunto dei lamponi freschi e delle gocce di cioccolato, (giusto per renderla più leggera) gli stessi che usato per abbellirla alla base e sulla cima.
Inoltre non contenta di aver sudato mille camicie, e non sufficientemente soddisfatta delle migliaia di calorie contenute per centimetro quadrato, ho voluto ricoprire il tutto da un sottile strato di glassa fondente di colore rosso.

Questa idea ( malsana idea) la devo al bombardamento mediatico, che mi fa il lavaggio del cervello con ottomila programmi tv dedicati alla pasticceria, in particolare alle torte ( vedi cake boss- torte da record- torte da matrimonio cercasi- torte in corso con renato- il re delle torte- torte e ancora torte).
Buddy mica te lo dice che per stendere il fondente bisogna avere dei muscoli ben sviluppati, insomma io sono piccolina per stendere quel coso ci siamo dovuti mettere a mattarellare in quattro.


No, sono decisamente il tipo da :  mi piace cucinare, mi piace provare nuove ricette, ma non voglio costruire la torre di babele con il pan di spagna.
(senza nulla togliere a chi lo fa, buon per voi).
Buon esperimento per chi come me, è curioso ai fornelli...e..buon lavoro per chi è ad un livello avanzato tale, da poterla fare ad occhi chiusi!

E voi che tipi siete?

Bon Appetit!


venerdì 30 agosto 2013

Crostata di Lamponi.

Ecco la ricetta di questo dolce succulento e profumato!

Per fare un tavolo ci vuole il legno,
per fare il legno ci vuole l'albero....
per fare la crostata ci vuole la pasta froo o llaaaa...

La canzoncina non è il massimo, ma il punto è, per fare una buona crostata bisogna fare una buona pasta frolla. 

Ingredienti per la frolla:
 
300 grammi di Farina
150 grammi di burro
130 grammi di zucchero
2 uova intere
La buccia di un limone grattugiato

Far sciogliere il burro a bagno maria.
Porre la farina su una tavola, facendola sembrare un vulcano. 
Aggiungere nel cratere le uova, la buccia del limone grattugiato, lo zucchero ed il burro sciolto.
Ci possiamo aiutare con una forchetta oppure impiastricciarci e mescolare tutto con le mani, a me diverte più la seconda.
Quando l'impasto sarà liscio, possiamo farlo riposare per una mezzoretta. 

Dopo il riposo di bellezza dell'impasto, basta stenderlo con il matterello e adagiarlo su uno stampo per torte ( precedentemente imburrato e infarinato).
Bucherellare l'impasto  con la forchetta.
Svuotare un barattolo di marmellata ai Lamponi da 320 grammi sull'impasto.
Con l'impasto che avanza, possiamo imbellettare la nostra crostata con le solite striscioline incrociate oppure fare una simpatica crostata a pois. Oppure lasciarla nuda e sfornare una teglia di biscotti croccanti.

In cucina oltre al gusto ci vuole  tanta creatività.

In forno per 20-30 minuti a 180 gradi.

Vi accorgerete subito quando sarà pronta, perché la vostra cucina sarà inondata di un buonissimo profumo di lamponi.

Bon Appétit!

giovedì 29 agosto 2013

" Essentia"

Avere così tanto da scrivere e non sapere da dove cominciare. Ho la mente carica, pronta ad esplodere.

Assistere agli spettacoli della Donazione della Santa Spina di Montone, è sublime. Una settimana colma di amore per il proprio rione, teatro e rievocazioni medievali.

 La mia mente è pronta per sparare il primo colpo, il proiettile di stasera colpisce fino in fondo il cuore di coloro che amano il teatro.  Il mio respiro teso a metà polmone, lo devo ad “Essentia”, lo spettacolo del rione porta del borgo.  


Alle porte del chiostro ti accolgono la musica, preludio allo spettacolo, con i suoi ritmi profondi che riempie lo stomaco, e le fiammelle delle fiaccole accese che si muovono secondo il vento e il ritmo musicale.
Un percorso quasi purificatorio, che ti porta al centro, di quello che di lì a pochi secondi diventerà un micro universo. 

Una volta espiate tutte le colpe, gli spettatori sono ansiosi di guardare la scena, si è pronti per assistere allo spettacolo, la storia di Braccio Fortebracci, scandita dal movimento delle stelle,  e dalla posizione astrologica della terra nei momenti decisivi del Fortebraccio.

 Nel chiostro del borgo vecchio, intorno al pozzo, il pubblico ruota per mirare lo spettacolo, ogni lato è un palcoscenico, ogni palcoscenico viene calpestato da un elemento naturale. 

Ho visto calcare il palco all'Acqua,  alla Terra, poi al Fuoco ed infine l’Aria. 

Gli elementi naturali accompagnavano Braccio nel suo percorso, con le rispettive ombre, le relative luci e i riguardanti suoni.

360 gradi  di emozioni da mozzare il fiato.
360 gradi di puro teatro.

Le luci colorate, ognuna rappresentante un elemento particolare, s’incrociavano con le volti a crociera, sfumando le une con le altre: l’azzurro con l’arancio,  poi  il rosso ed infine l’argento. Generavano ombre superbe, sconvolgevano la vista ed il cuore. Gli elementi si sentono, si vivono e si conoscono. 

Uno spettacolo mistico, che ti trascina indietro, nella storia di Montone, affianco alla sua figura storica.

 Lo spettatore è al centro di quel microcosmo, che ruota per accompagnare il protagonista lungo la sua vita, insieme agli elementi naturali che ci fanno assistere alla sua nascita, alle sue battaglie, alle sue sconfitte ed infine alla sua dipartita. 

“ Cielo e terra si compongono e prendono forma dai vitali elementi che generano specie, tipi e differenze. L’acqua, la terra, il fuoco e l’aria, diversamente amalgamati, dominano il creato e pur le stelle e segni che foggiano la vita e lo destino umano…”

 L’acqua era  donna, saggia ed altezzosa, come lo è l’acqua che sa di essere sia trasparente che torbida. Cancro, scorpione e pesci sono l’inizio della storia, rappresentano  la nascita del capitano di ventura Braccio Fortebracci, siamo nel 1368, siamo nel primo giorno del mese di  luglio.

La terra era una donna- albero, maestosa, alta, nobile,  donna radicata in sé stessa; creata da mille rami, che con le ombre parevano moltiplicarsi.  4 Maggio 1416 Toro, Vergine e capricorno accompagnano il capitano Braccio, in una delle sue vittorie, la conquista della città di Perugia, sua città natale.

D’improvviso, la musica e le luci cambiano, si fanno sconvolgenti ed agitate, la calma dell’acqua e della terra si trasforma in burrasca inquieta, scandita dal movimento di corpi impiccati.

10 Agosto 1419 appaiono Leone ariete e sagittario ad irritare la vita di Braccio; il Papa, Martino V Colonna, lo fa scomunicare, su ausilio della sua consigliera, magra, nera, rigida e ossuta.

 Infine l’Aria, donna soave, capace di donare la sua leggerezza anche agli animi più appesantiti.  4 Giugno 1424, Gemelli Bilancia ed Acquario accompagnano Braccio verso la totale sottigliezza, egli abbandona il suo corpo per far levitare la sua anima verso il vento, racchiuso in una trottola di veli, ed ancelle vestite di bianco.

“ Non vi è fine per chi affida all'aria i propri ideali”


Grazie Montone.
Grazie Rione Porta del Borgo Vecchio. 

La Donazione della Santa Spina. Una settimana nel Medioevo.


Tra i vicoli di Montone, si può sentire il profumo dei capelli di Madonna Margherita Malaspina, si ode persino il fruscio delle sue vesti, pesanti e colorate. 

Si sentono sbattere ad ogni passo, le armature dei soldati, e il tessuto delle bandiere che sventola nell'aria.


Si possono respirare, la fierezza e la vittoria, portate nell'aria dalle conquiste di Carlo Fortebracci.

Montone fa scorrere indietro le lancette dell'orologio, esse girano veloci, vorticano fino al loro arrestarsi. Bruscamente ci ha portati nel XIII secolo. Bruscamente, davanti ai nostri occhi, il Medioevo. 



Potrei scegliere di immedesimarmi in una dama, dalle vesti di tessuti preziosi e colorate; oppure essere un soldato dall'armatura scintillante e pesantissima, o ancora divenire il signore di Montone, un capitano di ventura; o perché no, un contadino, umile nelle vesti.
Perché per girovagare per Montone bisogna trasformarsi, è la mia stessa mente a costringermi a diventare qualcuno diverso da me ( ma non troppo).
Quest'anno scoprendo Montone ho scoperto la Donazione della Santa Spina.

Per una settimana, gli abitanti di Montone danno una mano all'immaginazione, si torna nel Medioevo, tra bandiere, bandi di sfide e stornellate. 
I tre Rioni del borgo, si sfidano l'un l'altro, a suon di frecce e spettacoli teatrali, per vincere il palio e per far eleggere la propria Castellana, la Castellana di Montone.


Come prima prova i Rioni  Borgo Vecchio,  Monte e  Verziere dovranno, in un piccolo spettacolo teatrale, detto bandi di sfida, esaltare le proprie qualità e far apparire gli altri rioni come privi di virtù. Questa prima prova è davvero spassosa, perché il tutto viene affrontato dai teatranti in chiave comica.


Nei giorni consecutivi i Rioni dovranno affrontare, la prova di tiro con l'arco e le stornellate. 


La stornellata, è uno spettacolo teatrale, in cui viene di solito rappresentato ( ogni volta in chiave diversa) la storia di Montone, e dei suoi signori. Questa è la mia prova preferita, e anche la più importante, perché si vede l'impegno e anche il talento di chi vi partecipa.

Anche se quest'anno era la prima volta che partecipavo alla Donazione, devo fare i miei complimenti, a chi ha scritto, recitato, diretto, cucito, allestito, aiutato per poter creare la stornellata "Essentia" del rione Borgo Vecchio. (ma per descrivere questo spettacolo farò un post a parte)

Il penultimo giorno invece, si può assistere allo spettacolo degli sbandieratori di Perugia, semplicemente magnifico, colorato, che ti lascia  ogni momento col fiato sospeso. 

Mentre i tamburi suonano, e profondi ti rimbombano dentro, si vedono correre e saltare le bandiere, ognuna di un colore diverso, e tu sei lì, che osservi come un bimbo stupito, e non ti capaciti del tutto.

L'ultimo giorno, purtroppo chiusura di questa splendida settimana, vi è la sfilata Medievale, a cui ho avuto il piacere di partecipare. Ogni Rione sfila con i propri costumi per tutto il Borgo, fino ad arrivare alla rocca, dove si terranno gli ultimi spettacoli, come duelli tra cavalieri e finalmente la Donazione della Santa Spina, donata a Carlo Fortebracci, dalla Serenissima Repubblica di Venezia, per aver scacciato i Turchi.

Sfilare con quegli abiti, anche se un po' pesanti, è stato fantastico. Lo rifarei più e più volte, e spero di farlo anche il prossimo anno. Il vestito lungo, colorato e pieno di ricami ti fa camminare a mento alto, è impossibile non sentirsi una donna dell'epoca.

Camminare lungo i vicoli del borgo, con quelle vesti e al passo con i rulli di tamburi, rievoca alla perfezione le atmosfere Medievali.







Lentamente, passeggiare verso la rocca, con il proprio cavaliere, mano nella mano.

Che Meraviglia.