lunedì 17 novembre 2014

Caro Babbo Natale...

Caro babbo natale,
arriverò subito al punto. Prometto quest’anno di fare la brava e anche se non ci riuscirò tenterò di rimediare. Per questo mio impegno dovresti premiarmi con:

- spazzolino da denti ( quelli con la batteria che muovono le setole da soli) ne desidero uno da quando sono piccola, forse perché sono stata attirata da quelle maledette pubblicità.

-una stufetta per la mia stanza che accenderò quando studio perché ha iniziato a fare freddo ma mio padre ha i calori e non mi vuole far accendere i termosifoni nonostante io abbia il naso gelato e la mani così fredde che non riesco a scrivere gli appunti di latino.

- una borsa nuova della misura perfetta, che non sia gigante o microscopica, la borsa di tutti i giorni. Una borsa quotidiana e elegante al punto giusto, con tante tasche interne con le zip. Niente ghirigori strani ne pailettes ne borchie ne perline. Solo stoffa o pelle o cuoio e basta.

- degli stivali  da abbinare a tutti i miei vestiti, così perfetti che stiano bene con tutto senza che ogni giorno io debba  stare davanti allo specchio e all’armadio andando in iperventilazione da “ cazzo non ho le scarpe per questo vestito bellissimo”.

-Una scorta annuale di biscottini da tè ( quelli mezzi cioccolatosi e mezzi semplici) e lingue di gatto ( quelle con le gocce di cioccolato e le mandorle).

- Un buono al mercatino dell’usato da sfoderare come una spada scintillante quando in una passeggiata casuale troverò l’oggetto della mia vita.

- tante ore libere per imparare a sferruzzare a maglia e all’uncinetto dalla mia nonna.

- Un fine settimana completamente libero da ogni impegno e ogni pensiero ansioso da passare rigorosamente nella cittadina in mezzo alle colline davanti al fuoco con l’amore e le castagne.

- tutta la lista ( intera è non provare a fare il furbo) dei libri di cui mi sono annotata il titolo e che non ho mai comprato.


- Se c’hai tempo portami pure un tartufo và. ( no il gelato, ma quello che si grattugia sulla pasta).

Diario d'Incontri. 27 Agosto 2014



27 Agosto 2014

Questo tipo di viaggio mi fa impazzire, nel vero senso della parola.
Le numerose mete a cui siamo destinati non fanno altro che incuriosirmi e affascinarmi prima di averle incontrate, le immagino, le sogno e spero non mi deludano. L'asfalto scivola sotto le nostre ruote avventurose e ci porta ogni giorno in una nuova città e nelle vite delle persone che incontreremo.
Questo viaggio è poliedrico e non sai mai cosa ha in serbo per te. Un viaggio d'incontri.


Oggi ho scoperto quanto mi disarma la gentilezza delle persone quando puoi dedicargli il tempo di una parola o di un sorriso.




Viareggio, 27 Agosto 2014.


Una grande Promenade in movimento, una strada di persone, un flusso continuo di biciclette e gelati. Una passerella di grandi firme. Chissà Viareggio 100 anni fa.  Il suo fascino passato è ancora incastonato nell'architettura delle palazzine art nouveau. Una ricchezza tutta dannunziana...i balconcini, i vetri colorati, le finestre dalle cornici intarsiate. Peccato che questo fascino venga soffocato dalla modernità ostentata, stroboscopica, urlata. All'interno di quelle palazzine preziose si sono ormai radicati i grandi negozi, che smorzano l'emozione per quel fascino creato dalle linee morbide dello stile liberty. Mi piace pensare a Viareggio come ad una statua, ferma, immobile e intrappolata in un tempo antico. Come se fosse una musa protagonista di uno dei tanti miti greci.





La rosa sul cruscotto.

Ultimamente è lì, che viene inserita nel vhs della mia memoria, la cassetta, di quel momento.
Noi due, in una delle nostre uscite, una di quelle che non sapevamo mai come sarebbe andata a finire. Eravamo in macchina e tu avevi comprato una rosa.
Non per me, per tua mamma.
Devo ammetterlo lì per lì quando hai tirato fuori il portafoglio davanti a “rosario” ho pensato che eri il solito romantico e forse ho anche sorriso, ma poi tu con il tuo sguardo un po’ arcigno hai risposto ai miei pensieri: “è per mia madre”.
Mi hai fregata, come facevo sempre io con te, abbandonandoti nelle domande speranzose, solo che io ero più stronza.
Eravamo in macchina e tu avevi comprato una rosa per tua madre, stavamo per andare a mangiare la sacher in quel posto.  Poi in prossimità della stazione accosti. Abbassi il finestrino, la chiami. Si avvicina.
La rosa sul cruscotto. Scendiamo. Ricci lunghi biondi quasi come i miei. Era tua madre e mi hai presentato, anche se lei mi conosceva già molto bene da qualche anno. È stata gentile con me ed ha sempre dimostrato di avere un microscopico pensiero nei miei confronti, perché quando ti chiamava e sapeva che eravamo insieme, ti chiedeva sempre mie notizie. Anche una volta mi dissi che ti aveva chiesto di me durante una cena. Forse è per questo microscopico pensiero che lei conservava per me, che io da un anno a questa parte continuo a tornare sulla scena della stazione, di quando quell'unica volta ci siamo sorrise vicendevolmente. Mentre sono in auto e guido, torna la rosa sul cruscotto, torni te che la chiami, torna lei che ci saluta e guarda la rosa; poi passa gli occhi su di te e sorride e da brava mamma ti ammicca come per dire “ ah gli hai comprato anche una rosa” e tu rispondi al suo sguardo dicendole che la rosa l’hai presa per lei. La rosa sul cruscotto è nella mia mente e torna quasi tutte le mattine.  Quella fu l’unica volta che la vidi.
Poi quell'altro giorno, in cui dovevamo essere tutti riuniti per te, mio amico caro, sotto le arcate immense della chiesa, tra le panche e l’odore dell’incenso io non sono venuta. Avevo un esame ma non fu solo per quello, fu anche perché io, i funerali, non riesco a sostenerli. Mi sono chiesta e richiesta cosa fare in un contesto simile.
Ci vado? Non ci vado?
Decisi di svegliarmi presto, di partire da casa prima del dovuto, per fare una deviazione al mio tragitto verso la chiesa, per prendere una rosa e lasciarla, stavolta, sulla panca di legno dove ti saresti seduto poco dopo, per salutarla.
Così il mio ricordo si sarebbe trasformato, da sorrisi e una rosa sul cruscotto ad una rosa sulla panca della chiesa e lacrime.

Non ho voluto.

domenica 18 maggio 2014

Il baccello del paradosso.



Possiamo cogliere la paradossalità della nostra società in un istante immaginario. Un contadino in Campania nutre i suoi maiali con le carrube, nello stesso istante in cui i maiali si cibano, un radical chic entra da Eataly e compra al modico prezzo di sei euro una confezione di carrube, la cui porzione oscilla tra “scarsa” e “sei matto che paghi sei euro dieci carrube”.

L’ignoranza  e la perdita delle nostre radici ci porta a pensare che le carrube siano chissà quale cibo esotico per cui vale la pena spendere così tanti soldi. Siamo tutti citrulli, indirizzati in canali, viaggiamo costantemente secondo corrente.

Abbiamo quest’immagine che sfiora quasi una legge iconografica del contadino ignorante, vecchio ma arzillo. Vecchio ma con i muscoli del lavoro, con le mani grandi, ricche di calli esperti e sporche di terra; magari un po’ sdentato e che non sa leggere.
Quest’immagine di un contadino vecchio stampo, che intreccia ceste su una sedia usurata, la sera, nel vialetto di casa, viene via via scomparendo.  Il contadino in bianco e nero con i solchi della vita in risalto rappresenta le nostre tradizioni. Tradizioni ancestrali di una profonda cultura in via d'estinzione. Nei calli dell’analfabeta rimane la cultura profonda più prossima ai nostri istinti naturali. In quei solchi, di quelle mani sporche ci sono le nostre radici. E noi non facciamo altro che tentare di piantarle secondo il nostro gusto e la nostra moda, avvelenandole con la pubblicità pesticida e definitivamente perdendole nella carestia odierna.
Radici per sempre perse nella desertificazione della tradizione.





lunedì 10 febbraio 2014

La palla è il crocifisso del calciofilo.

L'altra settimana sono andata per la prima volta allo stadio, e devo ammettere che ogni gradino salito era come una nuova tappa di emozioni. 
L’atmosfera è viva e frizzante. 
Inoltre ho scoperto che lo stadio porta con sé tutta una serie di fattori di cui non ero a conoscenza come i gruppi di amici che si ritrovano esclusivamente per la partita, tutti seduti sempre agli stessi posti ( perché la scaramanzia è parte integrante dello stadio) e che ti chiedono ripetutamente di scambiare i posti perché il “bigliettaio non j’a dato er posto che j’aveva chiesto”;  oppure una serie di parole, quelle che io definirò le parole calde dello stadio, che sono sempre le stesse e che chiunque anche i verginelli da stadio, possono usare quando e come vogliono, perché sono parole dette così, anche un po’ a caso, ma che danno un tono vivace all'atmosfera ed esprimono a volte il risentimento e la mestizia di certi avvenimenti, a volte invece la felicità e la gioia di un azione calcistica.
Bene o male le frasi sono sempre le stesse e molto gettonate, ovviamente per i più creativi stadio-calcio-dipendenti ci sono sfumature diverse delle stesse frasi; sono pronta a scommettere che a Firenze ci diano giù di creatività, si sa che i toscani sono estremamente originali.
Cosa dire sull'evento stadio?  La definirei un esperienza unica, anche se devo ammettere che mi sono distratta moltissimo dalla partita perché era quasi più interessante guardarmi intorno, osservare le persone ( quasi tutti folli, compresa me) osservare la curva a pochi metri da me, che pare fatta di un unico grande polmone mai stanco di cantare ( o sventolare quelle enormi bandiere che poretto quello a cui gli tocca) e le luci forti, accecanti, i fumi colorati…lo stadio è magico folklore.

Dovrebbero fare un studio antropologico sugli stadio-frequentatori-romani che sono unici nel loro genere, la crème de la crème della romanità più forte, spesso romanisti sfegatati che non c’hanno un cecio, ma i soldi da parte per vedersi la partita ce li hanno sempre, è questo che rende lo stadio un vero e proprio culto.
La religione calcio esiste, eccome se esiste e non è poi tanto differente dalle altre religioni. 
Basti pensare all'idolo calcistico, di cui ogni vero fedele ha un “santino”;  l’eroe della squadra, diviene un vero e proprio Dio sul manto erboso, acclamato e celebrato su ogni seggiola dello stadio, su ogni poltrona e ogni divano. 
I fedeli si riuniscono una ( o più volte ) a settimana nel tempio sacro: lo stadio. 
I credenti si riuniscono in piccole cerchie, per vedere le partite in trasferta. 
La fede calcio è una grande unione, essa si dirama in tante più piccole religioni, una per ogni squadra.
Purtroppo però porta con sè anche molta discriminazione. 
Che religione sarebbe se non ci fosse discriminazione? 
La religione calcio è estremamente interessante perché non ha niente di più ne di meno di una qualsiasi religione; la palla che va in rete è il simbolo di un appagamento e di una felicità temporanea che da credito alla religione stessa attraverso il compiacimento del fedele; la palla è il crocifisso del calciofilo. 


http://www.youtube.com/watch?v=pTpDGepW1CE&feature=youtu.be

mercoledì 11 settembre 2013

Salto nel vuoto.

Eccola la sensazione di malessere ed eccitazione che ho provato subito prima di buttarmi. La provo nuovamente solo guardando quest’istantanea.  
Angoscia ed adrenalina si miscelavano perfettamente per dar vita ad un impasto che mi ha lasciato senza fiato.
Mi butto o non mi butto?
In piedi, su uno scoglio con sotto il mare profondo pronto ad accogliermi a braccia aperte.
Mi butto o non mi butto?
Il mio corpo trema e l’ossigeno mi si blocca nella gola.
Mi butto o non mi butto?
Sono forte penso, e non mi lascio impaurire dall'altezza.
Mi butto o non mi butto?
Era auto convincimento il pensiero di prima? O penso davvero di potercela fare?
Mi butto o non mi butto?
Tuffarsi da una scogliera per sprofondare nell'acqua gelida.
Questo salto è il simbolo che posso fare qualsiasi cosa.
È la firma ad ogni mio successo. 
È la forza che mi rialza ad ogni mio insuccesso.

Quanto può racchiudere un semplice tuffo?
Mi butto o non mi butto?

Se me lo continuo a chiedere, non mi butterò mai, non riesco a dare una risposta concisa quando sono sul confine di una scogliera.
Quando ero seduta  sotto la scogliera ho pensato di volermi tuffare, mi sono arrampicata frettolosamente perché volevo farlo con tutta me stessa, ma arrivata lì, sul bordo, ho visto tutto quello che mancava da sotto i miei piedi fino ad arrivare al mare, era tanta aria un po’ troppa.


Ma quando mi sono ritrovata in discesa nel vuoto, e tutto intorno a me si è spento, ho capito che avevo deciso, avevo dato una risposta alla mia domanda. 
Ho affrontato i due vuoti che mi impaurivano,  quello sotto di me e quello dentro di me e sono riuscita a farli implodere con un urlo silenzioso. 
Strizzando gli occhi forte, cercando di trovare la sicurezza nel buio e non nella luce.  
Aspettandomi di raggiungere l’acqua da un millesimo di secondo all'altro. 
Il vuoto. Il silenzio. Il buio.
Mi sono buttata.
Mi sono Inglobata bruscamente nel mare che è stato capace di portare via con la sue correnti l’assenza di respiro. 
Sono tornata in superficie per cercare l’ossigeno, per tornare a respirare. L’ adrenalina ormai padrona del mio corpo mi ha fatto salire il sorriso ed il pianto contemporaneamente, e mi ha scosso e mi ha fatto dire:
-“ Lo rifacciamo?”
L’abbiamo rifatto, e tutto si è ripetuto, in pochissimi secondi ho ripensato e rivissuto le stesse paure ed eccitazioni. In pochi secondi sono tornata a prendere la stessa decisione.
Nonostante le paure, ho ripreso la stessa via, lo stesso salto nel vuoto.



Ringrazio la mia amica e compagna di viaggio Silvia Tudini che mi ha immortalato in questa bella foto, mentre ero col fiato sospeso.


sabato 7 settembre 2013

Red Velvet Cake.

Finalmente nella mia cucina, dopo averla sognata e dopo averla immaginata è arrivata lei, la Red Velvet cake.
Ma come ogni cosa che viene troppo idealizzata, immaginata e desiderata alla fine è quasi inevitabile che essa ci deluda. In effetti è accaduto proprio questo assaggiando una fetta di velluto rosso,  il mio parere? la bontà del dolce è inversamente proporzionale alla fatica che si fa nel farla. Quindi, non vale la pena stare lì e mescolare, aggiungere ed aspettare ed infornare e glassare, per poi assaggiare quel boccone, che si, è buono ma non è il massimo. Senza contare che è uno dei dolci più calorici che abbia mai mangiato.
Insomma il mio palato preferisce di gran lunga un semplice ma efficacissimo tiramisù, rispetto alla torta a tre strati farcita e ricoperta interamente di crema al burro, ma si sa, a ciascuno il suo...dolce.
Però se si ha una mamma golosa, ed è il suo compleanno...perché non sperimentare?

Come approcciare a questa tipica torta stratificata dai mille ed uno zucchero:

- tanto tempo a disposizione ( se non siete pratici di pasticceria almeno tre ore volano )
- pazienza
- non essere affetti da diabete

il resto della ricetta lo trovate qua  --> http://ricette.giallozafferano.it/Red-Velvet-Cake.html

N.B le mie critiche vanno al tipo di dolce, e non alla ricetta! le dosi erano perfette e anche i procedimenti molto chiari, quindi ringrazio Giallo Zafferano per avermi guidato verso questa nuova conoscenza culinaria.

Seguendo questa ricetta passo passo, è nata questa bestiola di torta, che pesa e t'ingrassa sola a guardarla, ma oltre a seguire le mosse base per produrla, ho anche aggiunto del mio.

Ad ogni strato di torta, dopo averla farcita con la crema al burro, ho aggiunto dei lamponi freschi e delle gocce di cioccolato, (giusto per renderla più leggera) gli stessi che usato per abbellirla alla base e sulla cima.
Inoltre non contenta di aver sudato mille camicie, e non sufficientemente soddisfatta delle migliaia di calorie contenute per centimetro quadrato, ho voluto ricoprire il tutto da un sottile strato di glassa fondente di colore rosso.

Questa idea ( malsana idea) la devo al bombardamento mediatico, che mi fa il lavaggio del cervello con ottomila programmi tv dedicati alla pasticceria, in particolare alle torte ( vedi cake boss- torte da record- torte da matrimonio cercasi- torte in corso con renato- il re delle torte- torte e ancora torte).
Buddy mica te lo dice che per stendere il fondente bisogna avere dei muscoli ben sviluppati, insomma io sono piccolina per stendere quel coso ci siamo dovuti mettere a mattarellare in quattro.


No, sono decisamente il tipo da :  mi piace cucinare, mi piace provare nuove ricette, ma non voglio costruire la torre di babele con il pan di spagna.
(senza nulla togliere a chi lo fa, buon per voi).
Buon esperimento per chi come me, è curioso ai fornelli...e..buon lavoro per chi è ad un livello avanzato tale, da poterla fare ad occhi chiusi!

E voi che tipi siete?

Bon Appetit!