lunedì 10 giugno 2013

Ad ognuno la sua spezia.


L’avventura culinaria più stravagante, ce la siamo gustati in zona Bastille. Mentre camminavamo per una delle tre vie principali  del quartiere, ci siamo trovati davanti una scelta ardua. 
 Cosa mangiare per cena?
Il grande problema è che il quartiere non rende facile una selezione; ci sono talmente tanti ristoranti, che l’indecisione regna sovrana.  
Bistrot, cafè, bar de tapas, cucina tipica greca, cinese, giapponese, vietnamita… 
Ma alla fine, dopo aver fatto su e giù per la via almeno due volte, ci siamo decisi...
Ristorante Cubano!
 Havanita Cafè è un locale che serve piatti e long drink tipici dell’america centrale. 
Tutto in questo posto, persino le sedute, ci parla dell’aria cubana. Colori sgargianti, luci soffuse, e un persistente odore di menta e lime. 
Indovinate un po’?  non siamo stati in grado di tradurre tutto il menù, perché non conoscevamo alcuni nomi di pesci o spezie, quindi siamo andati molto alla cieca, alcune cose ci sono piaciute moltissimo altre un po’ meno.  


Non sapere cosa ti aspetta, rende anche l’attesa dei piatti allettante.

 Abbiamo iniziato con  Antipasto per due,  assortito da vari assaggi tipici, sia di carne che di pesce accompagnati da riso bianco e spezie. 
Creme di pesce (ignoto ma ottimo) e verdure, involtini di gamberi, spiedini, e delle salsicce da un sapore particolare, che  non abbiamo gradito molto; sinceramente potevano essere salsicce di qualsiasi cosa, erano troppo speziate e da un colore molto scuro.
 Poi dati i costi molto elevati, abbiamo deciso di prendere un secondo a testa, da dividere a metà per provare il più possibile, nuovi sapori.  Non so quanto sia legale, ma abbiamo assaggiato una bistecca di squalo cotto alla griglia con una salsa molto dolce accompagnato da una cupoletta di riso bianco e contornato da platano fritto ( questo piatto sarà un po’ difficile da rifare a Roma, mi sa che rimarrà solo un sapore lontano).

 

Poi abbiamo preso un piatto a base di pollo in salsa di fiori e spezie, dal sapore un po’ acre, ma che mixato con il sapore dolce e avvolgente del platano fritto, si accoppia benissimo. Le porzioni erano gargantuesche, per questo non abbiamo preso il dolce, eravamo iper sazi!   
Prendere spunto dalle culture culinarie di altri paesi, è una vera  e propria passione, che ci ispira, nel rinnovare piatti quotidiani.  

Le spezie, sono, ciò che più caratterizza un piatto, rendono tutto unico, colorato  e dai sapori esotici.  Conferiscono il carattere ai nostri antipasti, ai primi e ai secondi, danno vita ai nostri dolci.

 Con le spezie possiamo giocare, ma bisogna sempre ricordarsi di non esagerare.  Sto coltivando un sogno, quello di partire per terre arabe, e perdermi nel mercato delle spezie, lo immagino magico. 
Cosa ho imparato dal ristorante cubano? Che si possono mettere in pentola persino i fiori, e che una cupola di riso bianco in ogni piatto, è perfetta, soprattutto se vi è finito il pane! 

Lil.J.

domenica 9 giugno 2013

Versailles

Versailles nei nostri itinerari turistici non poteva mancare. E non dovrebbe farsela mancare nessuno che mette piede in Francia, chilometri permettendo.  A mio gusto, non è il castello ad essere affascinante, ma l’immensità del parco che si snoda in ogni direzione per ampi spazi. La scena è tutta dedicata al verde, ai colori dei fiori, alle forme insolite delle siepi, alle aiuole che tessono sul terreno una texture che pare broccato.
Soltanto camminare nel parco ti fa sentire regale, appartenente a una realtà antica, che continua a vivere nelle mura e negli alberi senza i suoi veri protagonisti. Appena varcate le soglie d’oro, il luogo ti porta indietro nel tempo, facendoti rivivere i secoli di nobiltà francese, rinchiusa in quella prigione di lusso e sfarzi, di boschi e viali ombreggiati dalle betulle. Così è Versailles, ferma nella sua epoca, porta tutti i turisti con sé. Ma nessuno pensa mai alla ghigliottina, tutti pensano alla bellezza di quei luoghi; Tutti pensano : “ Marie Antoinette ha camminato su questo pavimento, e ora ci sto camminando anche io” .


 Questa è la storia di come, per un giorno, mi sono sentita Delfina di Francia.

Io e il mio Delfino, abbiamo deciso di affittare una bicicletta per poter girare al meglio il parco, che è davvero infinito. In questo modo siamo riusciti a vederlo praticamente tutto, e anche a sostare per il nostro pic-nic sulle sponde del Grand Canal.   Non ci sono parole per esprimere tale bellezza, al contrario, un magnifico silenzio è la descrizione adatta della reggia.
 Un silenzio sospeso, proprio come la reggia che rimane librata, a mezz’aria, nel suo tempo.



Grazie alla magia di Versailles, il nostro pic-nic è stato un piccolo sogno.
Da bravi risparmiatori lo avevamo previsto sin dalla mattina, infatti non abbiamo comprato nulla nei chioschi attrezzati della reggia, non vi sto neanche a dire i prezzi.  A fornire il nostro pranzetto, infatti, è stata la nostra Boulangerie di fiducia.  Che invenzione fantastica le boulangerie. Forniscono le colazioni più burrose e cioccolatose che esistano, baguettoni ripieni, pane sempre fresco, quiche e dolcetti vari, il tutto a prezzi onesti.

Ma tornando all'incantesimo chiamato Versailles; c'è una parte, che non tutti i turisti riescono a raggiungere, perchè è parecchio lontana dal castello, quasi tutti si fermano al canale artificiale; ma i più curiosi, arrivano al Grand e le Petite Triannon. Se davvero volete essere affascinati, le vere scintille le produce "l'Hameau de la Reine" il borgo della regina. Luogo fatto commissionare da Maria Antonietta, che voleva a tutti i costi sfuggire da quella realtà nobiliare, che opprimeva il suo spirito. Grazie alla tranquillità e alle semplicità campestre, l'hameau, è capace di far dimenticare qualsiasi problema. Le casette, la fattoria, il laghetto ti accarezzano, ti abbracciano, ti tranquillizzano.  

semplicemente meraviglioso.

Lil.J

Amore a prima vista per la pita ripiena!

Il nostro viaggio tra le vie e i sapori di Parigi continua...


Dopo una bella camminata tutto intorno le vie del quartiere universitario, pieno di bistrot e negozi di kebab e falafel, ci siamo imbattuti in un piccolo negozietto chiamato Maoz, davvero economico, ma soprattutto buone porzioni e buonissima pita ripiena. Basta scegliere cosa mettere dentro la pita e poi si può aggiungere qualsiasi condimento e salsa da soli, sarà per questo che i nostri panini strabordavano di roba? ( siamo i soliti scrocconi!) La nostra fantastica pita ce la siamo gustati seduti sotto la bella Notre Dame, a lume di fuoco delle bolas dei giocolieri fuochisti che facevano degli spettacoli di strada.
La pita divenuta  pasto per eccellenza, è stata la nostra salvezza.  Ho deciso di esportarla in Italia, e gustarla nelle giornate in cui la voglia di cucinare non è al top.  Per la pita vera e propria è possibile acquistarla al supermercato, oppure per chi è creativo e ha voglia di fare ho una piccola ricetta da condividere, che ho trovato qualche mese fa in rete, con la quale si riciclano le sommità dei cipollotti, quelle verdi che quasi tutti buttano. Da questa ricetta non si ricava la pita, ma delle specie di focaccine, che si possono fare ripiene e arrotolare, un po’ stile Kebab.


Focaccine al cipollotto.
Acqua calda
350 gr di Farina
Sale q.b
Curry q.b
Foglie dei cipollotti uno o due mazzi a seconda dei gusti.



Per iniziare basterà riporre la farina sul piano di lavoro, e versare poco alla volta l’acqua calda. Lavoro il composto fino a farlo diventare liscio e omogeneo. A questo punto, dobbiamo far riposare l’impasto per circa un ora, nel frigo. Dopo il “ riposo di bellezza” dell’impasto potremo aggiungervi un po’di  curry, naturalmente l’aggiunta di spezie va a seconda dei gusti potete metterle o no, potete variare o mescolare, la cucina è sempre pronta ad accettare la creatività di ognuno di noi! A questo punto, dovremo stendere l’impasto, e versare sopra le foglie dei cipollotti che avremo precedentemente tagliati una parte più fine e una parte un po’ più grossolana, arrotoliamo il tutto, andando a formare una specie di serpente bitorzoluto, che arrotoleremo su stesso facendogli prendere la forma di una spirale, o una girella come preferite voi. Adesso dovremo nuovamente stendere l’impasto, e rifare il procedimento di cui sopra, per almeno tre volte. Dopo potremo dividere il nostro impasto in porzioni più piccole che stenderemo andando a formare le nostre focaccine, a questo punto, potremmo cuocerle con un filo d’olio d’oliva in padella, o al forno, oppure incartarle e metterle da parte in freezer per poi scongelarle quando ne avremo necessità. ( si possono cuocere anche quando sono ancora surgelate, ci mettono pochissimo a farsi)

Queste piccole prelibatezze, sembrano una cosa scema, ma sono davvero gustose, sono ottime in sostituzione della pita! Possiamo farcirle con la carne tagliata a bocconcini, con le verdure, con le falafel o anche mangiate da sole. 

Sgusci on the road...Alla scoperta di Parigi!

Alla scoperta di… Parigi! 

Prima di partire per andare alla scoperta di una delle città più belle al mondo, da bravi turisti, ci siamo informati sulla cucina francese e  sui locali dove mangiare bene e spendere poco; perché purtroppo si sa, che Paris è tanto bella quanto cara! Siamo in una fase della vita in cui vorremmo viaggiare moltissimo e trovarci ogni volta ad affrontare esperienze nuove, fresche e fuori dal comune; Come se il diverso fosse il nostro ossigeno, andiamo alla ricerca di nuovi sapori, di profumi sconosciuti e visioni inimmaginabili, e ci proviamo e ci riusciamo anche nella nostra piccola realtà, anche se le nostre finanze ancora non ce lo permettono a pieno. Basta sapersi arrangiare e munirsi di pazienza,  su internet si possono trovare forum e interi siti dedicati a chi come noi è curioso di conoscere il mondo senza dover  restare a tasche vuote.
Ma il bello del viaggiare non è solo fantasticare su ciò che si vorrebbe vedere o provare, la vera bellezza del viaggio risiede nello scoprire e conoscere la città, ritrovarsi per puro caso in viette bellissime e sconosciute alle guide turistiche, prendere decisioni avventate lungo il percorso, e solo all'arrivo accorgersi di quanto le nostre scelte ci portano sempre nella direzione giusta, anche quando pensiamo di esserci persi; è solo così che scopriamo le vere essenze che vanno a formare il profumo delle nostre destinazioni.
Per riuscire a sopravvivere alla costosissima Parigi basta essere informati su poche ma utili cosucce.
L’acqua in bottiglia nei locali parigini si trasforma in ambrosia, in un elisir di lunga vita, questa è l’unica ragione per cui poca acqua può costare così tanto. Perciò è consigliabile quando si va a mangiare fuori di evitare l’acqua in bottiglia ma di chiedere una caraffa d’acqua del rubinetto, in questo modo il vostro conto risulterà meno salato del previsto.
Come in ogni città, nei luoghi più turistici è normale che i locali costino di più, quindi sono da evitare i bistrot adiacenti ai luoghi più famosi, tuttavia ci sono sempre delle eccezioni, sia bistrot che fanno menù a prezzi fissi, sia locali che non vanno alla ricerca del turista affamato, che pagherebbe oro anche una soletta da scarpa, ma buona cucina a buoni prezzi per tutti.
Una nota super positiva, è che i musei,  sono quasi tutti gratuiti fino ai 26 anni (vai che il budget si assottiglia sempre più!) ed è così che risparmiando sull'entrata dei musei inizi a toglierti mille sfizi, le crepes, il formaggio, il gelato, i macarones…Ah i macarones , passeggiando intorno a Place de la Madelaine, ti ritrovi davanti a Laduree e che fai non lo assaggi un macaron? Ovvio che si! Tanto il Louvre era gratis!  Seduti sulla scalinata del tempio di Place de la Madelaine abbiamo assaggiato questi dolcetti leggendari, senza offesa per nessuno, ma alla fine dei conti ti fanno pagare due bocconi di zucchero puro colorato quanto una pepita d’oro! ( so gusti).  Alla fine dei conti, i soldi che non abbiamo speso per entrare nei musei li abbiamo spesi per i nostri sfizi , ora che ci penso riguardano tutti il cibo, quindi per estensione li abbiamo investiti per i nostri  rotoli e chili di troppo! Togliendo le riflessioni “ mi sento in colpa” post-viaggio, siamo felici e appagati da questo voyage.
Il luogo che più in assoluto mi ha trasmesso la magia di questa città è stata Place Stravinsky. Piazza nascosta dal maestoso centre Pompidou, è briosa e colorata se si guarda la fontana con le statue ideate da Niki de Saint Phalle ( artista che adoro!)  ma è anche placida e tranquilla se si rivolge lo sguardo verso la cattedrale sulla sinistra, maestosa e antica, con un fascino senza tempo.



                                                                     

Per concludere vorrei fare un appello a tutti coloro che nominano Parigi come città dell’amore, questo stereotipo che va avanti da anni, è ora che si fermi. Parigi è romantica perché le luci dei lampioni che si riflettono sulla superficie increspata della Senna evocano un atmosfera gradita agli amanti?  Non ci si può ridurre al solo commento “ Parigi, è la città dell’amore” certo ha anche quello, ma i lampioni sul lungo fiume che creano un clima d’amour, ce li hanno tutte le città d’ Europa! Parigi è città d’arte pulsante, sempre viva, che mescola la città di ieri con la città di oggi e perché no anche la città del domani. Parigi è viva, e caotica. Parigi è morta e statica. Tutto dipende, con quali occhi la guardi, tutto dipende da quale angolo hai deciso di osservarla. Lei sarà lì, sempre pronta a stupirti appena giri l’angolo, e sarà soddisfatta, solo a percepire il tuo sorriso, nel mirare le sue stranezze, nel lasciarti abbandonare ai suoi profumi, nel perderti e ritrovarti in una città che non è la tua, ma è come se ti sentissi a casa.

Lil.J.


sabato 2 febbraio 2013

la depressione dell'oggetto. angioplastica artistica.

In questa schifezza di mondo dove la maggior parte di noi è capace solo di sprecare e buttare inutilmente di tutto, dal cibo agli oggetti sino ad i sentimenti, sono felice di sapere che non siamo poi tutti così immobili di fronte a questa società basata sul consumo apparente.
Perché consumo apparente?
Consumare significa usare fino ad esaurimento qualcosa, portarla ad essere logora con il tempo.
Tutto ciò che invece si fa non è altro che acquistare, comprare ed usare velocemente per poi buttare e sprecare tutta la porzione inutilizzata.
Creature voraci di superficialità, siamo animali che si accontentano solo della patina superiore delle cose.
Se l'oggetto avesse una propria personalità non sarebbe soddisfatto di se stesso, entrerebbe in depressione a causa nostra, che non gli rendiamo giustizia, e non lo usiamo nel giusto modo e nel giusto tempo; l'oggetto che acquistiamo in negozio è il frutto del lavoro di un immensa catena di montaggio. Quell'oggetto è un viaggiatore spossato che con la sua ventiquattrore viaggia per mari con le navi e per strade con i tir, ammassato con altri oggetti, schiacciato dalla nostra sete di consumo, ed eccolo lì arrivato al negozio s'imbelletta tutto perché non vede l 'ora di essere acquistato da qualcuno che saprà come usarlo, che saprà tenerlo fino alla vecchiaia nella propria casa, forse sarà il suo ultimo viaggio quello nella busta della spesa; questa speranza è forse la forza che lo rende felice, ma ben presto, e se ne accorgerà a proprie spese, verrà nascosto in un ripostiglio senza che mai nessuno lo utilizzi, o peggio verrà usato per quel poco che basta per essere rimpiazzato da un oggetto con caratteristiche simili, ma più all'avanguardia, più alla moda o tecnologicamente più innovativo. Una totalità che va a nostro vantaggio, ma quell'oggetto?  è inutile, per questo si deprime, non c'è peggior cosa che essere inutile, persino per la plastica.
La depressione dell'oggetto è causata, dalla malattia che ha investito tutti gli individui che vivono a ritmo della società capitalistica, ma anche dalla mancanza di creatività, dall'otturazione dell'arteria della fantasia,che se  non ci fossimo ingozzati di grassi fumi consumistici quest'ultima ossigenerebbe le nostre giornate con splendide idee.

Non penso che gli oggetti abbiano un anima, ma se così fosse il Riciclo sarebbe la reincarnazione dopo la morte.
Ossigeniamo le idee, facciamole circolare nel nostro corpo, e inventiamo con qualcosa di già esistente ciò che ci manca, senza dover andare al negozio a cercarlo, anche perché quello che faremo noi è sicuramente ciò che davvero desidereremmo, non ci accontenteremmo del primo oggetto messo in esposizione sotto una luce che gli conferisce un altro colore.
Dipingiamo le nostre giornate con il colore che più gli si s'addice.


tutto questo per  congratularmi con coloro che ogni giorno si occupano di far reincarnare gli oggetti, che si prodigano per riciclare e per far sfociare il riciclo come un contagio positivo!

J.










lunedì 28 gennaio 2013

Svarie ed eventuali. pezzi di giorni.

Due volte la settimana lavoro per mettermi qualcosina da parte, per un futuro viaggio o per la birra del dopo cena, insomma per i miei vizietti.
Lavoro in una piccola pizzeria, ed è proprio in quel posto che incontro e vengo a contatto con i più svariati, originali, pazzi, rompiscatole, folli esseri umani. 
Sarà forse per questo che mi piace così tanto andare a lavoro?
Tra un rompiscatole e l'altro, ci sono dei giorni davvero fortunati in cui si possono conoscere delle splendide persone e scambiarci quattro chiacchiere, l'altro mercoledì, ad esempio, ho avuto uno splendido incontro.

MERCOLEDì.

Siamo a metà serata, siamo tutti stanchi ed ecco che arrivano altri clienti, la ragazza al banco sbuffa, perché è la più stanca di tutti, è lì dalla mattina e suoi  capelli ed i suoi occhi non fanno che urlarlo a tutti, per questo si nasconde dietro il frigo e mi molla il cliente come fosse un sacco pesante che non riesce a trasportare. 
Eccoli lì questi pesantissimi clienti, sono una famiglia di Rom e come da loro tradizione sono tanti, la mamma, il papà, quattro figli maschi e tre figlie femmine. Il padre fa scegliere i gusti delle pizze alla più piccola della famiglia che è tutta un sorriso, dopo aver fatto l'ordine decidono di sedersi intorno al tavolino che abbiamo all'interno, che teoricamente uso io per prendere le ordinazioni e rispondere al telefono, ma tolgo tutto e gli aggiungo delle sedie in più, si siedono contenti e mi ringraziano che ho lasciato loro il tavolo libero.
Poi la madre mi chiede se possibilmente possono avere dei fritti, ed io glieli porto volentieri, mi sono simpatici perché portano con loro un caos moderato che genera sorrisi ed inoltre sono il prototipo del cliente perfetto, tanto gentili e sempre a ringraziare, persino i bambini più piccoli, che spesso sono i più ostici con le buone maniere.
Ma il resto delle persone all'interno della pizzeria non vede nulla di ciò che vedo io. Immagino che tutti quanti abbiano dei grossi fondi di bottiglia davanti agli occhi, dei vetri spessi fatti di paure e preconcetti, che gli impediscono di conoscere questa splendida famiglia, che non ha niente di meno di una qualsiasi altra famiglia.

Di norma noi tutti dovremmo distaccarci dalle idee nate da pregiudizi e dalla facciacce nate da una sorta di fobia, ma come si fa a farsi scivolare addosso quel silenzio che la tua presenza genera?
Forse i più forti riescono a soffiarlo via come fosse una piuma leggera impigliata al maglione, ma non siamo tutti forti, e anche i più forti prima o poi non ce la fanno.
Eccoli lì, tutta la famigliola si alza dal tavolo e decide improvvisamente di aspettare l'ordine fuori dalla pizzeria, preferendo il freddo dell' inverno al freddo della xenofobia.
Il valore di una persona non si misura in base alla provenienza della sua cultura, ne dall'edificio religioso che frequenta, si quantifica, secondo me, in base al rispetto che si ha nei confronti di ciò che abbiamo intorno.
Dovrebbero inventarlo un aggeggio che quantifica il valore, così andremmo in giro con il nostro rispettometro nella tasca senza doverci più preoccupare del giudizio e delle apparenze, ma questo sarebbe comunque giudicare?
Una macchina iper tecnologica che ti dice quanto vali...probabilmente il tasso di suicidi si eleverebbe troppo.
No un rispettometro sarebbe davvero troppo. Forse è meglio così, giudicare per potersi rendere conto che il giudizio era sbagliato.
 Si decisamente umano, errare per non perseverare.

Tornando al mercoledì, il fatto che più mi ha destato curiosità in quel padre Rom è stata la sua naturalezza, la sua voglia di sentirsi alla pari con gli altri, la sua volontà di essere un cittadino come lo è qualsiasi altro, la testa alta nei confronti degli "schifatori" di altre culture. Così tanto in cerca di normalità da chiedermi se potevamo uno di quei giorni consegnarli la pizza a casa...

-" ma certo che possiamo portare la pizza a casa, guardi io le do il numero della pizzeria e lei quando vuole ci chiama, basta che da il suo indirizzo e a meno che non abita troppo lontano noi gliela portiamo"-

-" ah, io abito alla metro"-
-" vicino alla metro laurentina?"-
-" No, ha presente la metro il supermercato?"-
-" si"-
-" bene noi abitiamo nella roulotte parcheggiata nel parcheggio della metro"-

Un incontro decisamente interessante.
viva la semplicità, la trasparenza, la spontaneità, l'indipendenza, l'originalità ma soprattutto la libertà.


Lil.Joy







giovedì 13 dicembre 2012

L'ignoranza della legge, non scusa la sua violazione


L’ignoranza della legge, non scusa la sua violazione.

La nostra storia, la storia dell’umanità, la scriviamo noi stessi. 
La Storia sono fatti da noi realizzati, idee da noi concepite, quadri da noi dipinti e osservati, libri da noi scritti e letti… Facciamo tutto noi insomma, persino dare un nome al tempo che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Usiamo catalogare il tempo, nominarlo,  per poterlo riconoscere, per  studiarlo e imparare i fatti accaduti in quel determinato lasso di tempo, in più, alcuni sostengono, per imparare dai nostri errori e non commettere più sbagli di certe portate.  Abbiamo suddiviso la nostra storia in Ere, secoli, ed età e dato loro il nome di ciò che più la caratterizzava, come ad esempio scoperte innovative o uso sistematico di alcuni metalli. Allora io mi chiedo, che nome dovremmo dare al nostro tempo?  Cosa lo caratterizza più di tutto? Sarebbe giusto ma anche scontato, chiamarla età della tecnologia, grazie all’uso spasmodico che facciamo di qualsiasi oggetto che abbia bisogno di una spina e un filo elettrico per vivere. Mi soffermerei piuttosto su come ci abbiano trasformato questi nostri amici computer.

Età paleolitica. Età Neolitica. Età dei metalli. Inizia dopo la nascita di Cristo l’Era volgare, divisa in: Antichità. Medioevo. Età moderna. Età contemporanea, quella in cui ci collochiamo noi, insieme a Robespierre,  Marie Antoinette,  Napoleone, Garibaldi, Wilson,  Balfour, Chiang kai-shek, Lenin, Mussolini, Gandhi, Mustafà Kemal,  Roosvelt,  e tanti altri; non sono sicura che la nostra collocazione storica sia esatta, è giusto prendere coscienza che molte delle situazioni che viviamo oggi, siano dovute a scelte prese da alcuni dei personaggi sopracitati, tuttavia la nostra è un età diversa, non perché sono passati  molti anni, ma perché l’essere umano ha mutato i suoi sentimenti verso la sua stessa specie e verso la sua stessa terra.

Comportamenti innaturali, l’uomo ha bisogno di vivere con altri uomini, ma a nessuno di noi dovrebbe bastare vivere con il proprio nucleo familiare e i propri amici stretti, dovremmo aprirci e conoscere tutti gli altri bellissimi esseri umani che ci circondano e che ignoriamo giorno dopo giorno.  La paura che ci tiene distanti è ignoranza allo stato puro.

Comportamenti insoliti, l’uomo manifesta una sorta di autolesionismo, tradotto nella distruzione della terra su cui cammina; quale altra specie animale o vegetale è così stupida da uccidere se stessa per morte e non per vita?  La corsa al potere e al denaro è distruzione , governata dall’ignoranza e mossa dalla cecità.
L’essere umano, semplicemente, ignora. Chiude gli occhi e cieco vive. Ignora la sofferenza della  natura, Ignora la sua stessa specie. Ignoranza come allusione al verbo Ignorare.  Ignoranza come deficit culturale, sociale e politico.
Stiamo costruendo un Era basata sulla  profanazione di noi stessi e sulla violazione dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo.
Benvenuti nell’Età dell’ignoranza.

Lil.Joy